Il linguaggio per una buona comunicazione sanitaria

Quale linguaggio  per una buona comunicazione sanitaria? Di questi tempi meglio se costruttivo, “curato” nelle parole, ispirato alle soluzioni, quindi costruttivo. Si fa sempre più importante la sfida “linguistica”e culturale per i comunicatori al tempo della pandemia.

 

Lo sanno bene i giornalisti che si occupano di comunicazione sanitaria chiamati a trovare le parole giuste e a dosarle, per aggiungere valore e creare un nuovo patto di fiducia con il lettore. Rimangono indispensabili i valori cari al giornalismo: etica, chiarezza e trasparenza.

Una buona comunicazione sanitaria, dalle conversazioni sui Social alle relazioni nei Webinar, dipende molto dal linguaggio e dalla cura delle parole.Ci fa piacere sapere che nell’era della post verità e della pandemia sono tante le Organizzazioni impegnate a tutela della buona informazione. Fra queste troviamo l’Osservatorio Permanente Giovani Editori che supporta le scuole e insegna ai ragazzi i criteri per saper distinguere una notizia vera da una falsa.

 

ESEMPI DI BUONA COMUNICAZIONE SANITARIA IN EMILIA-ROMAGNA

Anche AD Communications, Studio specializzato nella comunicazione della Sanità in Emilia-Romagna, vive il cuore di questa sfida lessicale e semantica nei confronti del lettore, fatta di simboli e significati.

Un impegno che portiamo avanti insieme al Consorzio Ospedaliero Colibrì, network regionale che racchiude l’eccellenza delle strutture sanitarie e sociosanitarie, e all’Associazione dell’Ospedalità Privata AIOP Bologna ed  Emilia-Romagna. Ci unisce a tutte due le realtà la volontà di costruire e impostare percorsi narrativi e informativi basati sulla trasparenza, chiarezza e rispetto verso i temi trattati oltre che verso i lettori, sempre più presenti ed esigenti.

Immersi nella sfida della buona comunicazione, accanto agli uffici stampa, ci sono loro, i cronisti, alle prese con la creazione delle notizie e la loro distribuzione sui canali digitali, da siti web ai social.

Abbiamo intervistato Michela Coluzzi giornalista di riferimento per le notizie di salute nell’ Agenzia di stampa Dire impegnata nella cronaca di tutte le diverse fasi dell’emergenza COVID fino ad oggi, tempo di vaccini.

Michela Coluzzi Agenzia Dire per AD Communications

Michela Coluzzi: “Noi giornalisti ci siamo trovati davanti ad una sfida grande, davanti ad un flusso di notizie enorme e il nostro compito è stato quello di filtrare e verificare le notizie, avendo cura di selezionare le fonti a tutela della veridicità e affidabilità dell’informazione”.

Guarda l’intervista di Deborah Annolino con Michela Coluzzi.

 

COMUNICAZIONE SANITARIA E “CURA DELLE PAROLE”

Della cura delle parole da cui secondo noi dipende molto la qualità della relazione abbiamo parlato con Francesco Ciampa giornalista professionista e ufficio stampa freelance, componente del Constructive Network.

Francesco Ciampa constructive network per AD Communications

Qual è dovrebbe essere il linguaggio per una buona comunicazione sanitaria?

“Parto da una premessa: le metafore sono spesso rimedi efficaci per rappresentare fatti evocando immagini e scenari ben radicati nella nostra memoria individuale e collettiva. In questo senso, il ricorso a espressioni come “guerra al coronavirus” o “siamo in guerra” assume un certo grado di efficacia perché stimola lo stato di allerta e può spingere a forme di unione per contrastare un “nemico comune”.

Ciò detto, anch’io, come altri osservatori, considero necessario accantonare le terminologie guerresche che evocano sì l’urgenza del combattere e allearsi, ma di base c’è l’accento sulla paura all’ennesima potenza: e la paura a certi livelli diventa diffidenza, egoismo, paralisi, favorendo le “guerre tra poveri”.

Meglio quindi rappresentare la problematica facendo leva su parole chiave come responsabilità, prevenzione, solidarietà, progettualità, impegno, perseveranza, adattamento.

Questo è tempo di costruttori”, ha detto nel suo discorso di fine anno il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lanciando un appello di unità civile cui anche le professioniste e i professionisti della comunicazione dovrebbero ispirarsi.

 

Quali skills dovrebbe avere il comunicatore specializzato nella trattazione di temi sanitari?

“Chi si occupa di comunicazione deve aprire alla sensibilità umanistica e al ruolo dell’empatia, alle scienze umane applicate ai temi della salute e del benessere, per guardare non soltanto alle risposte medico-farmacologiche, ma anche alle relazioni di cura e alle risposte sociali per migliorare il più possibile la qualità di vita.

Ciò detto, la visione olistica, globale, della salute va sempre accompagnata dalla capacità di intercettare fonti di informazione supportate da evidenze scientifiche: fondamentale, ad esempio, capire se abbiamo a che fare con uno studio autorevole e avallato dalla comunità scientifica oppure no. In tal senso, una formazione universitaria o post-universitaria di tipo scientifico può aiutare. Anche se una buona pratica giornalistica arricchita da corsi di formazione mirati può comunque dare il giusto occhio metodologico“.

 

Come è cambiato il modo di raccontare la Sanità al tempo della pandemia?

“Come giornalista e come uomo ho sentito il bisogno di raccontare storie di persone che nel corso di questa pandemia hanno trovato la loro via di adattamento per alleggerire il peso della malattia in un periodo già di per sé difficile

Mi vengono in mente le iniziative di un’organizzazione impegnata nel prendersi cura di persone con disabilità mentale: penso al primo lockdown del 2020 quando abbiamo sollecitato modifiche a ordinanze e decreti che in quella prima fase non prevedevano la cosiddetta “ora d’aria” per persone particolarmente fragili.

In più ho analizzato l’importanza di raccontare buone pratiche, storie di solidarietà e accortezze in luoghi di cura come le “residenze sanitarie assistenziali” (RSA) spesso nel calderone mediatico del fare “di tutta l’erba un fascio”: in molti casi, infatti, la comunicazione è stata per queste strutture l’occasione mancata che poteva aiutare a sollevare il velo dei pregiudizi e delle generalizzazioni stigmatizzanti.

Faccio parte del Constructive Network, dunque credo in un giornalismo che guarda ai problemi focalizzandosi sulle soluzioni. Tutto ciò sapendo che le soluzioni, per quanto soggettive ed esposte a limiti, possono essere comunque fonte di ispirazione e di fiducia oltre i rischi della rassegnazione.

 

Vogliamo concludere con queste parole:

La buona comunicazione fa bene a tutti.

A chi scrive e a chi legge. Siamo tutti coinvolti perché tutti siamo al tempo stesso consumatori e produttori di informazione.

Un invito a prenderci più cura della comunicazione.

 

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