Nel mondo della sanità, comunicare non è solo informare: è una parte fondamentale della cura.

La comunicazione, quando è sincera e rispettosa, ha già in sé un valore terapeutico.

È il primo passo per rafforzare la fiducia tra pazienti e professionisti, promuovendo una cultura della salute e della prevenzione più consapevole. Perchè ciò avvenga il professionista della cura ha il dovere di dedicare tempo al paziente e quest’ultimo il dovere di ascoltare e collaborare per la migliore riuscita del piano terapeutico.

Ciò vale in tutti i casi: dal semplice raffreddore alla gestione di una malattia cronica. L’alleanza tra medico e paziente è centrale oltre che necessaria. Nel triangolo, insieme alle due figure, c’è il comunicatore che interviene per ascoltare, raccogliere e portare alla luce storie, esperienze e narrazioni con trasparenza, empatia e delicatezza. Una missione che come giornalisti e comunicatori sentiamo fortemente di avere, pur consapevoli dell’importanza di doverci aggiornare e studiare costantemente.

Comunicazione sanitaria e valori imprescindibili

Potremmo definire la comunicazione e l’informazione sanitaria come un ponte tra cura e consapevolezza. Essa si fonda su alcuni pilastri imprescindibili. Noi ne abbiamo individuati 5:

  • Chiarezza: i messaggi devono essere comprensibili, evitando tecnicismi e ambiguità.
  • Empatia: il linguaggio deve essere vicino alle persone, rispettoso delle emozioni e delle fragilità.
  • Trasparenza: ogni informazione deve essere verificabile, onesta e coerente con la realtà clinica.
  • Centralità del paziente: la persona non è un numero, ma una storia da ascoltare e valorizzare.
  • Accessibilità: i contenuti devono essere fruibili da tutti, anche da chi ha difficoltà cognitive o linguistiche.

AD Communications: un alleato per la comunicazione sanitaria

In questo scenario, AD Communications si conferma essere un alleato strategico per aziende e professionisti che vogliono raccontarsi con autenticità e responsabilità sociale. Negli anni è diventato una sorta di laboratorio narrativo le cui si alternano le voci dei professionisti della cura con quelle dei pazienti che in modo volontario scelgono di lasciare un messaggio, una riflessione, una testimonianza.

Ecco che per noi, giornalisti e comunicatori, la comunicazione diventa cura come raccontato nel nostro blog in un precedente articolo sulla presa in carico delle fragilità, nel mondo sociosanitario. Non c’è una ricetta valida per tutto e per tutti, c’è la personalizzazione della cura, in un atteggiamento di ascolto e di accoglienza dei bisogni e delle esigenze della persona. Per niente facile, la comunicazione della salute, si conferma essere una sfida.

Comunicare un atto essenziale della cura: intervista a RAFFAELLA RONCHETTA 

La pensa allo stesso modo Raffaella Ronchetta giornalista specializzata in comunicazione sanitaria e ideatrice del podcast Mi spieghi meglio che fa leva sugli stessi valori in cui noi crediamo e costruiamo, giorno dopo giorno, la nostra comunicazione.

Per saperne di più l’abbiamo intervistata mettendo l’accento su alcune questioni importanti a partire dal punto in cui Medicina e Comunicazione si incontrano.

Medicina e Comunicazione si incontrano. In quale punto, secondo te più di altri? 

Bella domanda. Credo si incontrino nel momento in cui qualcuno deve capire qualcosa che lo riguarda profondamente. Non nel dato clinico, non nella diagnosi scritta, ma nell’attimo in cui una parola cambia significato: da tecnico a umano, da distanza a relazione.
È lì che la medicina smette di essere solo scienza e diventa cura, e la comunicazione smette di essere solo trasmissione di informazioni e diventa linguaggio condiviso.

Direi quindi nel tempo dell’ascolto. È lì che si costruisce tutto: fiducia, comprensione, adesione, empatia. La comunicazione nella salute non è un contorno della cura, ne è parte integrante. Quando un medico ascolta davvero, dedica tempo al proprio paziente, per poi scegliere le parole giuste per spiegare e per accogliere, la medicina diventa più umana e, spesso, anche più efficace. È nel linguaggio che la cura si fa relazione, e nella relazione che la cura trova senso.

“Mi spieghi meglio” è il tuo nuovo format: quali obiettivi ti sei posta nel pensarlo?

Mi spieghi meglio? è il format nato dopo tanti anni di lavoro in ambito sanitario, ma soprattutto da un’esperienza personale, che mi ha fatto sentire e provare sulla pelle quanto poche parole possano creare baratri o costruire ponti e speranze.

Non volevo fosse un podcast tecnico o divulgativo, ma un luogo di ascolto, uno spazio dove medici, psicologi, infermieri e pazienti potessero raccontare cosa succede davvero nei loro luoghi e spazi di lavoro, grazie alle parole, ai gesti o ai silenzi che abitano ogni giorno.

Ogni episodio nasce da questa semplicissima domanda: Mi spieghi meglio?, quella che facciamo quando qualcosa non torna, quando vorremo chiedere di più ma non abbiamo il coraggio, quando sentiamo che quella parola potrebbe ferirci o salvarci.
Il mio intento è proprio questo: rallentare, dare voce alle emozioni, far emergere le storie dietro le diagnosi e i gesti di cura che non si leggono nei referti.

Quali sono gli ingredienti o i valori, se preferisci, che non possono mancare in un articolo giornalistico dedicato alla salute? 

Tre, per me, sono indispensabili: chiarezza, rispetto e responsabilità.
Chiarezza
, per permettere a chi legge di comprendere davvero, senza sentirsi escluso.
Rispetto, perché si parla di persone, non solo di malattie.
Responsabilità, perché ogni parola sulla salute ha un peso e può fare la differenza tra paura e fiducia.

Capita, e me l’ha fatto notare un oncologo, che per acchiappare qualche click escano articoli con titoli sensazionalistici: “Presentata la terapia che sconfigge il tumore al…”. Poi, leggendo, si scopre che non è proprio così.
Eppure ci sono persone che, anche solo per un istante, si aggrapperanno a quelle parole come ad ancore di salvezza.

Serve quindi accuratezza scientifica, per distinguere la conoscenza dai miracoli, i dati dalle opinioni. Ma serve anche umanità, perché dietro ogni numero c’è una persona e dietro ogni diagnosi c’è una storia. La buona scrittura nasce dall’empatia, dalla capacità di sentire con chi legge e con chi vive la malattia.

Raffaella Ronchetta conclude la sua riflessione aggiungendo:

Un buon articolo non semplifica la complessità: la rende accessibile.
E quando ci riesce, contribuisce, anche solo un po’, a costruire una cultura della cura più consapevole e condivisa.

Proprio la consapevolezza e la capacità di distinguere la verità da ciò che è illusorio o falso e ancora la capacità di allontanare l’autoreferenzialità rientrano tra gli obiettivi di comunicatori e giornalisti, proprio come noi e Raffaella, che hanno sposato questa professione mettendo al primo posto etica e deontologia.

A noi che lavoriamo accuratamente con le parole, selezionandole e “pesandole”, il compito di dare spazio e valore a ciò che è autentico. Con professionalità, empatia ed un pizzico di umiltà, perché al centro è la persona e mai chi racconta la storia.

 

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